Ci sono persone «cronicamente» insoddisfatte, deluse, frustrate, che sentono il bisogno, quotidiano, di esprimere le proprie negative sensazioni nella radicata ed errata convinzione di sentirsi così, attraverso un sostegno emotivo, meno sole nella loro sfida quotidiana delle avversità.
In realtà, al di là degli eventi che possono accadere e delle loro ripercussioni, è il modo in cui siamo capaci di usarli (o decidiamo di farlo) che differenzia tra un sano esame di realtà da uno meno lucido.
Se le esperienze fatte ci hanno insegnato che valorizzare e porre in primo piano nella comunicazione verso sé e verso l’altro, sentimenti quali odio, paura, disperazione, ci faranno sentire «visti», probabilmente li useremo per abbracciare una sorta di grande famiglia composta da chi vede, nella sfiducia, la sua risorsa per sopravvivere e, condividendo il nostro pensiero, rafforzerà disperazione e vittimismo.
Questo comportamento ha però degli effetti (non tanto sul sociale, perché di solito le persone svalutanti e catastrofiche si circondano di chi parla la loro stessa lingua) verso la percezione personale di Sé.
Avere un dialogo interno svalutante rispetto al contesto sociale, può danneggiare le relazioni.
Vedere solo il lato negativo degli eventi può significare voler dare voce a un malessere profondo, urlato, invece che raccontato, senza la garanzia che vengano comprese l’essenza di quella paura e di quelle insicurezze che poco hanno a che vedere con quanto accade.
Questo spinge a generalizzare, a prendere un episodio negativo e farlo diventare il personaggio principale di una vita dove tutto è destinato ad andare male, dove gli affetti, le persone, le parole assumono valenze poco concrete e il bisogno di distruggere, di «minare» negli altri la positività, diviene un meccanismo inconsapevole.
Ecco allora che la propria insoddisfazione, quella ferita causata da eventi che non siamo riusciti a controllare, diventa il modo in cui guardiamo e ci relazioniamo con gli altri. Se siamo tristi, infelici, disperati è meglio dare una denominazione sociale a questo, invece che chiederci da dove venga e dove alberghi la nostra insanabile delusione.
Colpevolizzare gli altri per quello che succede permette di prendere le distanze dalla responsabilità di ogni giorno, di attribuire la nostra infelicità o la nostra problematicità a qualcosa di esterno a noi, ricollocandoci senza possibilità di dubbio in quell'area di autocommiserazione che fa sentire al sicuro.
Criticare e contestare quando diventano l’unica modalità di comunicazione usata, rende fastidiosi, spiacevoli, spocchiosi.
Si rischia di riproporre giustificazioni e spiegazioni abituali perché in realtà cercare nuove idee costringerebbe a uscire dalla zona di confort e affrontare la realtà.
È una questione di percezione. È il dare concretezza all'incapacità di vedere positivo e negativo in modo equilibrato.
È un modo per allontanare da sé la fatica di comprendere dove sia nato il bisogno di sentirci vittime sacrificali di decisioni sulle quali non abbiamo controllo.
